Verità sulla ThyssenKrupp

 

 

Roberto Scola, Angelo Laurino, Antonio
Schiavone
. Tre nomi di altrettanti che purtroppo hanno perso la vita
in quella che si potrebbe definire una vera e propria guerra sociale:
gli infortuni sul lavoro. Solamente la tragicità dell’evento e
la sua brutalità hanno donato il favore mediatico nei
confronti di questa ennesima strage sui luoghi di lavoro. La macchina
culturale torinese si è bloccata, ma sotto sotto già
scalpita per tornare a produrre, produrre, produrre, nessuno la può
fermare.

In queste ore tragiche sono morte altre
due persone, aggiungendosi alle numerose altre del conto annuale del
modello fabbrica: produci, compra, crepa. Ma questo calore mediatico
quando durerà? Arriverà perlomeno alle vicine feste
natalizie, o dal prossimo weekend il treno del consumismo natalizio
farà dimenticare tutto, perchè in fondo i regali bisogna
pur farli e tutti siamo più buoni. La tragedia di Colleferro,
che è avvenuta due mesi fa, il 9 ottobre, non viene neanche
più nominata, considerando anche che non si sa ancora come possa accadere che una persona possa morire costruendo nello sviluppato
occidente armi letali.

Pensiamo che molto presto, quando
magari le condizioni dei superstiti di questa tragedia saranno più
stabili, il velo dell’informazione sistemica tornerà a coprire
il dolore e la tristezza, lasciando le vittime e i loro familiari
soli. Ascoltando Radio Popolare, abbiamo sentito una interessante
indagine: dal 9 ottobre giorno della tragedia a Colleferro, alla sua
scomparsa dalle “veline” dalle agenzie di stampa, sono passate
neanche due settimane. E questa nuova tragedia, quando durerà,
una settimana, due o magari un mese? In fondo il carrozzone
dell’informazione presto dovrà tirare le somme sulla ennesima
deludente stagione natalizia (in quanto a vendite) e sul pericolo dei
“mortaretti” per l’ennesimo capodanno passato ad alcool, droga e
“scopparelle”.

Ma una cosa sta passando inosservata,
chi diamine è la ThyssenKrupp? A Torino uno stabilimento
fatiscente e in via di chiusura lavorava per portare a termine una
“grossa commessa” che l’acciaieria di Terni, sulla quale la
multinazionale ha investito per il futuro, non riusciva a coprire nei
tempi stabiliti; in barba alla sicurezza e alla salute dei lavoratori
che se poi finiscono sotto una colata di metallo fuso o se diventano
torce umane, poco importa. Quindi nella “città dell’Acciaio”
ternana la multinazionale avrà una vita lunga e prosperosa. Ma
forse pochi si ricordano che proprio la citta umbra alcuni anni fa è
salita sui riflettori del grande schermo per un fatto agghiacciante e
problematico: la città dell’Acciaio stava per rimanere senza
acciaieria
. Sembrerà uno scherzo, ma solamente nel 2004 si
parlava di ridimensionamento della fabbrica (che poi in parte c’è
stato), con scioperi di massa in una città che è
praticamente nata intorno al polo industriale dell’acciaio. La
situazione a Terni sembra tranquilla per i lavoratori, ma visti i
mezzi e i metodi della ThyssenKrupp, non è che ci sarebbe da
preoccuparsi anche per questa altra azienda?

In effetti la ThyssenKrupp non è
che sia un nome che dia fiducia. Basti pensare la famiglia “padrona”
del marchio (i famigerati Krupp tedeschi) hanno caratterizzato in
vari modi la storia del secolo trascorso della Germania, ma anche
dell’Europa stessa. Praticamente costruttori di armi dalla loro
nascita sono stati prima fautori del sogno di potenza mondiale
prussiano; poi sotto l’embrago internazionale del sopo guerra
costruttori di armi per la nascita di un nuovo reich, quello
hitleriano per intenderci; grandi sostenitori della follia nazista; e
dagli anni cinquanta tornano a produrre e vendere armi in barba al
loro passato e alle loro “amicizie” scomode. La storia recente
dell’assimilazione della Thyssen e della politica globalizzata sono
tutte recenti e le vediamo nei fatti nella tragedia torinese.

Ci rimangono seri dubbi sulle manovre
che hanno portato ad esempio alla vendita di un’acciaieria
semi-statale come quella ternana, a una realtà del genere. Ci
rimangono seri dubbi sulla posizione della CGL, CISL, UIL nei
confronti della situazione degli impianti e dell’azienda torinese.
L’unica conclusione che si può trarre è che altre tre
persone (per il momento) si aggiungono alla lunga lista dei morti sul
lavoro, morti che molto spesso rimangono velati dietro questioni
fondamentali come le morti del sabato sera, gli omicidi familiari,
gli immigrati delinquenziali. Ma ovviamente un paese venduto al Dio
progresso deve mascherare in qualche modo le vittime per oliare
l’ingranaggio, altrimenti si rischia il blocco della macchina e
magari la gente si potrebbe rendere conto che è veramente
ABOMINEVOLE dover morire per un tozzo di pane.

 

In solidarietà di tutte le
vittime del lavoro!

 

 

 

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