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Verità sulla ThyssenKrupp

vv | 10 Dicembre, 2007 18:15

 

 

Roberto Scola, Angelo Laurino, Antonio Schiavone. Tre nomi di altrettanti che purtroppo hanno perso la vita in quella che si potrebbe definire una vera e propria guerra sociale: gli infortuni sul lavoro. Solamente la tragicità dell'evento e la sua brutalità hanno donato il favore mediatico nei confronti di questa ennesima strage sui luoghi di lavoro. La macchina culturale torinese si è bloccata, ma sotto sotto già scalpita per tornare a produrre, produrre, produrre, nessuno la può fermare.

In queste ore tragiche sono morte altre due persone, aggiungendosi alle numerose altre del conto annuale del modello fabbrica: produci, compra, crepa. Ma questo calore mediatico quando durerà? Arriverà perlomeno alle vicine feste natalizie, o dal prossimo weekend il treno del consumismo natalizio farà dimenticare tutto, perchè in fondo i regali bisogna pur farli e tutti siamo più buoni. La tragedia di Colleferro, che è avvenuta due mesi fa, il 9 ottobre, non viene neanche più nominata, considerando anche che non si sa ancora come possa accadere che una persona possa morire costruendo nello sviluppato occidente armi letali.

Pensiamo che molto presto, quando magari le condizioni dei superstiti di questa tragedia saranno più stabili, il velo dell'informazione sistemica tornerà a coprire il dolore e la tristezza, lasciando le vittime e i loro familiari soli. Ascoltando Radio Popolare, abbiamo sentito una interessante indagine: dal 9 ottobre giorno della tragedia a Colleferro, alla sua scomparsa dalle “veline” dalle agenzie di stampa, sono passate neanche due settimane. E questa nuova tragedia, quando durerà, una settimana, due o magari un mese? In fondo il carrozzone dell'informazione presto dovrà tirare le somme sulla ennesima deludente stagione natalizia (in quanto a vendite) e sul pericolo dei “mortaretti” per l'ennesimo capodanno passato ad alcool, droga e “scopparelle”.

Ma una cosa sta passando inosservata, chi diamine è la ThyssenKrupp? A Torino uno stabilimento fatiscente e in via di chiusura lavorava per portare a termine una “grossa commessa” che l'acciaieria di Terni, sulla quale la multinazionale ha investito per il futuro, non riusciva a coprire nei tempi stabiliti; in barba alla sicurezza e alla salute dei lavoratori che se poi finiscono sotto una colata di metallo fuso o se diventano torce umane, poco importa. Quindi nella “città dell'Acciaio” ternana la multinazionale avrà una vita lunga e prosperosa. Ma forse pochi si ricordano che proprio la citta umbra alcuni anni fa è salita sui riflettori del grande schermo per un fatto agghiacciante e problematico: la città dell'Acciaio stava per rimanere senza acciaieria. Sembrerà uno scherzo, ma solamente nel 2004 si parlava di ridimensionamento della fabbrica (che poi in parte c'è stato), con scioperi di massa in una città che è praticamente nata intorno al polo industriale dell'acciaio. La situazione a Terni sembra tranquilla per i lavoratori, ma visti i mezzi e i metodi della ThyssenKrupp, non è che ci sarebbe da preoccuparsi anche per questa altra azienda?

In effetti la ThyssenKrupp non è che sia un nome che dia fiducia. Basti pensare la famiglia “padrona” del marchio (i famigerati Krupp tedeschi) hanno caratterizzato in vari modi la storia del secolo trascorso della Germania, ma anche dell'Europa stessa. Praticamente costruttori di armi dalla loro nascita sono stati prima fautori del sogno di potenza mondiale prussiano; poi sotto l'embrago internazionale del sopo guerra costruttori di armi per la nascita di un nuovo reich, quello hitleriano per intenderci; grandi sostenitori della follia nazista; e dagli anni cinquanta tornano a produrre e vendere armi in barba al loro passato e alle loro “amicizie” scomode. La storia recente dell'assimilazione della Thyssen e della politica globalizzata sono tutte recenti e le vediamo nei fatti nella tragedia torinese.

Ci rimangono seri dubbi sulle manovre che hanno portato ad esempio alla vendita di un'acciaieria semi-statale come quella ternana, a una realtà del genere. Ci rimangono seri dubbi sulla posizione della CGL, CISL, UIL nei confronti della situazione degli impianti e dell'azienda torinese. L'unica conclusione che si può trarre è che altre tre persone (per il momento) si aggiungono alla lunga lista dei morti sul lavoro, morti che molto spesso rimangono velati dietro questioni fondamentali come le morti del sabato sera, gli omicidi familiari, gli immigrati delinquenziali. Ma ovviamente un paese venduto al Dio progresso deve mascherare in qualche modo le vittime per oliare l'ingranaggio, altrimenti si rischia il blocco della macchina e magari la gente si potrebbe rendere conto che è veramente ABOMINEVOLE dover morire per un tozzo di pane.

 

In solidarietà di tutte le vittime del lavoro!

 


 

 

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