Banner home

Guerra ai writers e tolleranza zero

vv | 01 Novembre, 2007 13:53

Un paio di settimane fa, a Bologna, un gruppo di ragazzi è stato fermato mentre faceva delle scritte e dei disegni su un muro del centro cittadino. Nei giorni subito seguenti (con una rapidità degna di miglior causa) sono stati processati e condannati.

Per la prima volta nella storia della repubblica italiana sei persone sono state condannate a pene detentive per aver scritto su un muro: Juan Antonio Fernandez Sorroche e Miroslav Bogunovic a dieci mesi di carcere, David Martini, Michele Alessio Del Sordo, Belle Alicia Murphy a quattro mesi. A nessuno è stata concessa la sospensione condizionale della pena, nemmeno agli ultimi tre, Martini, Murphy e Del Sordo, incensurati. Così ha deciso il giudice di Bologna Liviana Gobbi. Non se n'è parlato molto, di questa sentenza, anzi quasi è passata inosservata. Eppure si tratta di una sentenza raccapricciante di un vero segno di barbarie il cui primo responsabile è colui che ha usato Bologna per sperimentare la politica securitaria che, pur essendo fallita politicamente in questa città dato che ha portato il governo cittadino allo sfascio, oggi sembra essere divenuta la linea del Ministro Amato. Dieci mesi di carcere senza condizionale per avere scritto su un muro. Qualcuno osservato che scrivere sui muri sporca i muri della città. Ma se le pareti cittadine sono sporche questo è dovuto soprattutto agli enormi cartelloni levigati che incitano al consumo. Ci sono schermi perfino sugli autobus e nella stazione ferroviaria che ripetono continuamente quale sapone dobbiamo comprare e quale auto dobbiamo condurre a duecento all'ora. L'inquinamento acustico e visivo che la pubblicità impone in ogni momento non è forse una violenza molto più grande e sistematica di quella dei writers? La sentenza, che in un primo momento è passata nel silenzio generale, forse può diventare l'occasione per aprire questioni di grande interesse, dalla questione della libertà di espressione, a quell'inquinamento pubblicitario, a quella del rapporto tra arte e spazi urbani.
Su Il Domani , giornale cittadino bolognese, domenica 28 ottobre Oscar Marchisio, a nome del Cantiere metropolitano lancia una proposta: un incontro internazionale del graffitismo contemporaneo da tenersi a Bologna. Nel 1983 alla Galleria d'arte moderna di Bologna Francesca Alinovi organizzò una mostra sul graffitismo americano che presentò il lavoro di Dash, Rammelzee, Keith Haring, Chamberlain e gli altri artisti di strada dei primi anni Ottanta. A partire dal futurismo e dal dadaismo, l'arte del Novecento punta a rompere la barriera fra l'arte e la vita quotidiana, e in particolare la barriera che separa l'attività dell'artista da quella dell'urbanista. L'incontro proposta dal cantiere metropolitano sarà anzitutto l'occasione per ricostruire la storia dei rapporti tra avanguardie artistiche e creazione dello spazio pubblico. Ma un altro aspetto importante è il rapporto fra creatività e produzione sociale. Le ricerche di Richard Florida sulla classe creativa hanno dimostrato che una società è tanto più dinamica e innovativa quanto più favorisce la formazione e la libera espressione di un vasto numero di lavoratori creativi. Una città come Bologna non può non essere sensibile a questo tema, dal momento che la sua vitalità è sempre stata legata alla produzione di saperi, di forme di vita e di stili. Nei suoi libri ( The rise of the Creative Class , 2002 e The Flight of the Creative class , 2005) Richard Florida sostiene che la formazione e la concentrazione della classe creativa sono legate a tre fattori: tecnologia, talento e tolleranza.
Il caso di Bologna rientra benissimo nella teoria di Florida. Da quando il clima sociale e culturale della città si è cofferatizzato, l'appeal della città si è ridotto, fino al punto che quest'anno all'Università di Bologna le iscrizioni sono calate del 10%. Se pensiamo ai toni paranoici con cui è stata costruita la campagna securitaria, e agli effetti di aggressività e diffidenza che questa campagna ha prodotto nella vita quotidiana della gente, è comprensibile che le famiglie sconsiglino ai figli di andare in quella specie di Sodoma e Gomorra. Se è vero che la tolleranza è una delle qualità che rendono una città dinamica e attrattiva per le energie creative, cosa dobbiamo pensare di una città che ha costruito la sua immagine recente sulla base dello slogan "tolleranza zero"?
Racconto un episodio che mi è capitato qualche sera fa: ho chiamato un taxi e ho detto all'autista l'indirizzo dove avrei voluto andare: via Zamboni, la via che attraversa il quartiere universitario, intorno a cui la stampa cittadina ha costruito leggende terrificanti, e su cui si esercita l'inventiva sicuritaria dei benpensanti. Il giovane taxista (un ragazzone alto un metro e novanta) si è voltato e mi ha detto: «In quel posto non ci vado neanche morto. Fanno a bottigliate tutte le sere, accoltellano la gente. La macchina è mia non voglio che me la distruggano. Certa gente dovrebbe essere eliminata». Mi ha detto proprio così, queste quattro frasi in rapida successione. Io abito in quella via da sei anni e non mi è successo mai niente. I ragazzi si abbracciano, strepitano, comprano marijuana se si trova, oppure bevono birra, qualcuno vomita in un angolo qualcuno piange perché la ragazza l'ha piantato. Niente di cui preoccuparsi.
Un incontro del graffitismo internazionale è l'occasione giusta per aprire un canale di comunicazione sulla bellezza e la piacevolezza della vita urbana, coinvolgendo insieme studenti e residenti, artisti e commercianti. E anche per dichiarare collettivamente e pubblicamente che la repressione è sempre il modo peggiore per affrontare i bisogni espressivi.

Franco Berardi Bifo

Commenti

Aggiungi un commento

authimage

 authimage
 
Accessible and Valid XHTML 1.0 Strict and CSS
Powered by NoBlogs.org and A/I Collective.