Blog del Collettivo VV
Controinformazione, controcultura, militanza e attivismo per sovvertire il sistema.
vv | 22 Dicembre, 2007 17:24
Ultima trasmissione per questo 2007, dedicata a letture ludicoimpegnate che potete spararvi durante queste festose e festanti feste natalizie. Non aspettatevi la serietà e la professionalità di un critico letterario, ma solo buona volontà e noia prefestiva (oltre qualche malanno invernale). La nostra selezione:
Il mondo senza la mappa, Élisée Reclus ed i geografi anarchici - Federico Ferretti - Edizioni Zero in condotta
L'anarchico e il diavolo fanno cabaret - Norman Nawrocki - Edizioni Il Sirente
Qualche parola spesa sulle ultime pubblicazioni della Beccogiallo
Il mercante di eresie - Andrea Moneti - StampaAlternativa
Causa comune - Philippe Aigrain - StampaAlternativa scaricalo da qui
Tigre - Maurizio Balestra - StampaAlternativa
Messa in onda: 22 dicembre 2007
Colonna sonora: Rhythm Activism/Blood&Mud
Il sito di Norman Nawrocki - www.nothingness.org/music/rhythm/
Scarica la puntata da qui
vv | 15 Dicembre, 2007 17:39
A Ciampino si respira aria cattiva: negli ultimi 5 anni il traffico aereo si è triplicato, quasi 5 milioni di persone (dal 2005) passeggiano e si riversano in quell'aeroporto, c'è un continuo via vai di passeggeri e di mezzi. Tutto questo ha portato non pochi problemi a chi vive in quelle zone, sia dal punto di vista ambientale e strettamente inerente alla salute dei cittadini. Certo è che il problema della quantità dei voli di Ciampino non fa dormire sonni tranquilli anche alle varie istituzioni, dai sindaci, agli assessori, ai vari presidenti. La soluzione al problema potrebbe essere quella di diminuire il traffico aereo, dai 138 ai 100 voli giornalieri con conseguente riduzione dei low cost, alla pianificazione\costruzione di un nuovo scalo laziale che andrebbe a gestire l'allettante investimento, incrementando non poco i propri bilanci. Sembra che la città designata sia Viterbo, ma anche Latina e Frosinone vorrebbero essere protagoniste del gioco. Ma coi tempi italiani, si dovrebbero aspettare ancora diversi anni prima che si avviino le pratiche del nuovo scalo, e intanto i cittadini delle zone intorno a Ciampino vorrebbero una soluzione concreta ai reali problemi di inquinamento acustico e ambientale. Ma queste soluzioni risolverebbero il problema? Oppure si tratta dell'ennesimo scempio, nascosto dietro la vetrina delle “grandi opere”?
Basta voli a rotta de-collo
Collabora Andrea dell'Assemblea Permanente No Fly
Messa in onda: 15 dicembre 2007
Colonna sonora: Mockba/Cheap Vodka
Siti utili:
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vv | 14 Dicembre, 2007 23:29
La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri
avvenuti durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il
prezzo che si deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi
allo stato di cose presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del
presidente Devoto e dei giudici a latere Gatti e Realini, non ha avuto
il coraggio di opporsi alla feroce ricostruzione della storia
collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani e Anna Canepa gli
ha richiesto di avvallare.
Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto di sentenziare che c'è un modo
buono per esprimere il proprio dissenso e un modo cattivo, che ci sono
forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla stregua di
un reato di guerra.
Per completare l'opera ha anche fornito una consolazione a fine
processo per i difensori e gli "onesti cittadini", chiedendo la
trasmissione degli atti per le false testimonianze di due carabinieri e
due poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della
sentenza e il cui senso di carità a noi non interessa.
Il tribunale di Genova ha scelto di assecondare tutte quelle forze politiche, tutti quei benpensanti, tutti quegli avvocati, che - coscientemente - speravano che pochi, ancora meno dei 25 imputati, fossero condannati per poter tirare un sospiro di sollievo, per poter sapere dove puntare il proprio dito grondante morale e coscienza sporca. L'uso del reato di devastazione e saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica apre la strada a un'operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d'ordine di Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in tutto l'arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Genova, tra coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.
La stessa cosa è stata portata avanti anche da molti dei movimenti,
e molte delle persone che hanno cercato di sabotare i contenuti della
manifestazione che solo tre settimane fa, il 17 novembre, ha riempito
le strade di Genova: hanno voluto annebbiare le persone su chi fossero
coloro che si battevano per un modello di vita e di società diverso, e
chi difendeva il modello che viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni;
hanno voluto confondere le acque, forse perché anche la loro dignità è
confusa. E allora decine di comunicati sulle possibili Commissioni
Parlamentari, sulla Verità e sulla Giustizia, e troppe poche parole su
25 persone che stavano avviandosi a diventare capri espiatori di un
potere che ha avuto paura.
Genova però non si cancella con il revisionismo a mezzo procura, né con
le pelose scelte di comodo e gli scheletri nascosti negli armadi. Le
80.000 persone che lo scorso 17 novembre hanno sfilato per le vie di
Genova, non chiedevano una Commissione Parlamentare, bensì che 25
persone non diventassero il paravento dietro cui seppellire un
passaggio storico scomodo, che ha messo in discussione l'attuale
sistema di vita e di società. Siamo convinti che quelle 80.000 persone
ci ascoltano e non permetteranno a un'aula di tribunale di espropriare
la propria memoria e devastare le vite di 24 persone.
A maggior ragione oggi, con una sentenza che cerca di schiacciarci e
farci vergognare di quello che siamo stati e quello che abbiamo
vissuto, di dipingere quei momenti di rivolta a tinte fosche anziché
con la luce e la dignità che meriterebbero i momenti più genuini che
esprimono la volontà popolare, noi diciamo che non ripudieremo nulla,
che non chiederemo scusa di nulla, perché non c'è nulla di cui ci
pentiamo o di cui sentiamo di dover parlare in termini diversi che del
momento più alto della nostra vita politica.
Noi pensiamo che tutti coloro che erano a Genova dovrebbero gridare:
in ogni caso nessun rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate
dalla rivolta, nessun rimorso per il terrore dei grandi asserragliati
nella zona rossa, nessun rimorso per le barricate, per le vetrine
spaccate, per le protezioni di gommapiuma, per gli scudi di plexiglas,
per i vestiti neri, per le mani bianche, per le danze pink, nessun
rimorso per la determinazione con cui abbiamo messo in discussione il
potere per alcuni giorni.
Lo abbiamo detto il giorno dopo Genova, e in tutti questi anni: la
memoria è un ingranaggio collettivo che non può essere sabotato. E per
tutto quello che Genova è stata e ha significato noi non proveremo
nessun rimorso. Oggi, come ieri e domani, ripeteremo ancora che la
Storia siamo Noi. Oggi, come ieri e domani, diremo di nuovo: in ogni
caso nessun rimorso.
SUPPORTOLEGALE
info@supportolegale.org
vv | 11 Dicembre, 2007 18:38
Milano, 12 dicembre 1969: una bomba esplode nell’atrio della Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. Sono le ore 16.37. I morti sono 16, i feriti 87. Dal 1969 al 1980 in Italia ci sono state una lunga serie di stragi, bombe assassine contro innocenti inermi. Troppo spesso rimaste impunite. È stata chiamata “la strategia della tensione”. In una situazione di grave crisi, le bombe servirono alle classi al potere per far montare il terrore nella società e poi sull’onda emotiva del sentimento popolare applicare politiche di reazione e intransigenza. All’epoca, vollero ricondurre al silenzio e al giogo il movimento operaio, le classi popolari, la sinistra extraparlamentare, i movimenti di emancipazione e gli studenti in lotta, garantire profitti sempre più remunerativi al padronato, consolidare i poteri più repressivi dello stato (polizia e carabinieri in testa), distogliere l’attenzione della gente dai problemi economici e sociali dell’epoca. 12 dicembre 2007: oggi la disoccupazione, il precariato diffuso, lo sfruttamento sempre più intenso, la mancanza di garanzie minime a tutela della salute, l’assenza di opportunità, la negazione di diritti primari come la casa, le disuguaglianze estreme, il malfunzionamento delle politiche sociali troppo spesso intralciate da clientelismo e da necessità elettorali, aggravano le contraddizioni sociali creando disagio, paura, egoismo. Contraddizioni acuite ancor più dal passaggio storico che l’Italia sta affrontando, il passaggio ad una società multiculturale. In migliaia arrivano portando con sé la propria cultura e i propri costumi, spesso la propria disperazione che a volte si scontra con il disagio già presente tra gli abitanti di questo paese, alimentando una guerra fra poveri fatta di razzismo e xenofobia. Ed è in questo quadro che si moltiplicano le azioni violente e intimidatorie di gruppi neofascisti che godono di larghe coperture istituzionali. Il Terrore, conseguito a suon di bombe ai tempi delle Stragi di Stato, oggi si incute attraverso l’urlo dei media sui reati compiuti dagli immigrati. “Immigrati uguale assassini”, questo è il ritornello martellante di giornali e tivù. Impossibile non vedere oggi nel “pacchetto sicurezza” un ulteriore passo avanti in questa nuova “strategia della tensione”: creare nuovi capri espiatori per nascondere i veri problemi economici e sociali di oggi. I provvedimenti del “pacchetto sicurezza” preparano la strada ad una progressiva criminalizzazione della società e del dissenso, una “strategia della paura” intollerabile che comincia a costare troppe vite innocenti e giustifica continui abusi di potere. Oggi occorre invece affermare un’altra idea di sicurezza: quella di una vita dignitosa, di un lavoro senza sfruttamento e precarietà, di un salario equo, di servizi pubblici efficienti e aperti a tutti, del diritto allo studio, alla casa e alla salute. La sicurezza di poter sviluppare liberamente le proprie capacità e personalità. La sicurezza di essere rispettate e rispettati in quanto individui.
Si terrano varie iniziative in tutta Italia il 12 dicembre, tra le altre Roma, Bergamo, Brescia, Bologna. Per ulteriori info: www.ecn.org/antifa un qui documento di preparazione alla giornata del 12 dicembre.
vv | 10 Dicembre, 2007 18:15
Roberto Scola, Angelo Laurino, Antonio Schiavone. Tre nomi di altrettanti che purtroppo hanno perso la vita in quella che si potrebbe definire una vera e propria guerra sociale: gli infortuni sul lavoro. Solamente la tragicità dell'evento e la sua brutalità hanno donato il favore mediatico nei confronti di questa ennesima strage sui luoghi di lavoro. La macchina culturale torinese si è bloccata, ma sotto sotto già scalpita per tornare a produrre, produrre, produrre, nessuno la può fermare.
In queste ore tragiche sono morte altre due persone, aggiungendosi alle numerose altre del conto annuale del modello fabbrica: produci, compra, crepa. Ma questo calore mediatico quando durerà? Arriverà perlomeno alle vicine feste natalizie, o dal prossimo weekend il treno del consumismo natalizio farà dimenticare tutto, perchè in fondo i regali bisogna pur farli e tutti siamo più buoni. La tragedia di Colleferro, che è avvenuta due mesi fa, il 9 ottobre, non viene neanche più nominata, considerando anche che non si sa ancora come possa accadere che una persona possa morire costruendo nello sviluppato occidente armi letali.
Pensiamo che molto presto, quando magari le condizioni dei superstiti di questa tragedia saranno più stabili, il velo dell'informazione sistemica tornerà a coprire il dolore e la tristezza, lasciando le vittime e i loro familiari soli. Ascoltando Radio Popolare, abbiamo sentito una interessante indagine: dal 9 ottobre giorno della tragedia a Colleferro, alla sua scomparsa dalle “veline” dalle agenzie di stampa, sono passate neanche due settimane. E questa nuova tragedia, quando durerà, una settimana, due o magari un mese? In fondo il carrozzone dell'informazione presto dovrà tirare le somme sulla ennesima deludente stagione natalizia (in quanto a vendite) e sul pericolo dei “mortaretti” per l'ennesimo capodanno passato ad alcool, droga e “scopparelle”.
Ma una cosa sta passando inosservata, chi diamine è la ThyssenKrupp? A Torino uno stabilimento fatiscente e in via di chiusura lavorava per portare a termine una “grossa commessa” che l'acciaieria di Terni, sulla quale la multinazionale ha investito per il futuro, non riusciva a coprire nei tempi stabiliti; in barba alla sicurezza e alla salute dei lavoratori che se poi finiscono sotto una colata di metallo fuso o se diventano torce umane, poco importa. Quindi nella “città dell'Acciaio” ternana la multinazionale avrà una vita lunga e prosperosa. Ma forse pochi si ricordano che proprio la citta umbra alcuni anni fa è salita sui riflettori del grande schermo per un fatto agghiacciante e problematico: la città dell'Acciaio stava per rimanere senza acciaieria. Sembrerà uno scherzo, ma solamente nel 2004 si parlava di ridimensionamento della fabbrica (che poi in parte c'è stato), con scioperi di massa in una città che è praticamente nata intorno al polo industriale dell'acciaio. La situazione a Terni sembra tranquilla per i lavoratori, ma visti i mezzi e i metodi della ThyssenKrupp, non è che ci sarebbe da preoccuparsi anche per questa altra azienda?
In effetti la ThyssenKrupp non è che sia un nome che dia fiducia. Basti pensare la famiglia “padrona” del marchio (i famigerati Krupp tedeschi) hanno caratterizzato in vari modi la storia del secolo trascorso della Germania, ma anche dell'Europa stessa. Praticamente costruttori di armi dalla loro nascita sono stati prima fautori del sogno di potenza mondiale prussiano; poi sotto l'embrago internazionale del sopo guerra costruttori di armi per la nascita di un nuovo reich, quello hitleriano per intenderci; grandi sostenitori della follia nazista; e dagli anni cinquanta tornano a produrre e vendere armi in barba al loro passato e alle loro “amicizie” scomode. La storia recente dell'assimilazione della Thyssen e della politica globalizzata sono tutte recenti e le vediamo nei fatti nella tragedia torinese.
Ci rimangono seri dubbi sulle manovre che hanno portato ad esempio alla vendita di un'acciaieria semi-statale come quella ternana, a una realtà del genere. Ci rimangono seri dubbi sulla posizione della CGL, CISL, UIL nei confronti della situazione degli impianti e dell'azienda torinese. L'unica conclusione che si può trarre è che altre tre persone (per il momento) si aggiungono alla lunga lista dei morti sul lavoro, morti che molto spesso rimangono velati dietro questioni fondamentali come le morti del sabato sera, gli omicidi familiari, gli immigrati delinquenziali. Ma ovviamente un paese venduto al Dio progresso deve mascherare in qualche modo le vittime per oliare l'ingranaggio, altrimenti si rischia il blocco della macchina e magari la gente si potrebbe rendere conto che è veramente ABOMINEVOLE dover morire per un tozzo di pane.
In solidarietà di tutte le vittime del lavoro!
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